L’ultima parte della scaletta di letture dedicate a don Giacomo e a Patrizio il 25 settembre del 2012 all’Università di Tor Vergata, con Daniela Iuppa e Luisa Di Bagno.

Ho raccontato la mia storia per ringraziare (per Patrizio dal post, sempre attuale, del 29 settembre 2012)

Per ringraziare tutti gli amici dell’università, per gli incontri e la commozione.

pas barbaro

Ci unisce ciò che, con Boine, Andrea Gareffi ha definito “letteratura come ferita”, quella di cui parla Daniela nell’introdurre In attesa della festa: “L’arte è questa ferita che si cicatrizza e si riapre continuamente, senza sosta”. Il momento più commovente, e doloroso, che abbiamo vissuto insieme in questi anni di Tor Vergata, è stato il dover assistere alla dipartita del caro amico Patrizio Barbaro (proprio oggi, 29 settembre, ricorre l’anniversario della sua salita in cielo, del 1999). Regista e giornalista aveva portato la Rai a Tor Vergata, per filmare gli incontri con gli scrittori. Le parole di Andrea Gareffi, in memoria dell’amico prematuramente scomparso, rievocano quella ferita profonda che attraversa e oltrepassa la letteratura. Le riporto con gratitudine e una stretta al cuore. Si leggono nel libro di Patrizio Barbaro Sperdutezza.

Sono molte le cose che ci aveva dato Patrizio Barbaro. A lui ora non potremo restituire più nulla. L’eleganza delicata, nella pagina come nella vita; la affabile cultura di chi trova il senso vero; la discussione sorridente, come quando si fa sul serio, sembravano già qualcosa di prezioso. […] Non immaginavamo che ci avrebbe lasciato qualcosa di ancora più prezioso. Patrizio ha ammaestrato il dolore, quel dolore che era il suo ed era sempre più grande, quel dolore che gli toglieva la vita. […] Qualcuno in quei giorni di settembre aspettava il miracolo. Ma il miracolo era già lì, sopra di lui: in quel mostro che lo ghermiva e che lui ammaestrava. Come si fa con un visitatore di molta importanza, gli apriva le porte. E quel mostro assassino non sembrava più un mostro […] Uomini come Patrizio non hanno bisogno di libri per sapere, qui sulla terra, che cosa fosse necessario là, nell’oltretempo. Esserci arrivato troppo presto è forse un segno di predilezione. Esserci andato con delicatezza, affabilità e nonostante tutto sorridendo, lo è senz’altro.

Ecco quello che ci unisce, lo sguardo di Patrizio. Incipit Vita Nova. Ancora lo sguardo, il tema del guardare.

L’occhio guarda per questo è fondamentale. È l’unico che può accorgersi della bellezza.

La visione può essere simmetrica, lineare o parallela, in perfetto allineamento con l’orizzonte. Ma può essere anche asimmetrica, sghemba, capricciosa, non importa, perché la bellezza può passare per le più strane vie anche quelle codificate dal senso comune. E dunque la bellezza si vede perché è viva e quindi reale. Diciamo meglio che può capitare di vederla dipende da dove si svela. Ma che certe volte si sveli, non c’è dubbio (Patrizio Barbaro).

«E se io ridevo così forte, è perché avevo la sensazione, per quanto oscura, del dissidio fra ciò che è e ciò che dovrebbe essere, fra ciò che si prostra sotto un fardello e ciò che ce lo fa sentire troppo grave» (Carlo Michelstaedter).

Una delle vie percorribili consisterebbe nel trovare un luogo dove sia possibile non avvertire lo schiacciamento della forza di gravità e il peso delle imposizioni della “comunella dei malvagi”: «Chi vuol aver un attimo solo sua la sua vita, esser un attimo solo persuaso di ciò che fa – deve impossessarsi del presente; vedere ogni presente come l’ultimo, come se fosse certa dopo la morte: e nell’oscurità crearsi da sé la vita». «Dove per altri è oscurità per lui è luce, poiché il cerchio del suo orizzonte è più vasto – dove per gli altri è mistero e impotenza – egli ha la potenza e vede chiaro».

Come è mirabile il desiderio intransigente e l’aspirazione all’assoluto di Carlo Michelstaedter, e come egualmente mirabile, nell’umiltà, la testimonianza di qualcuno. Patrizio lo è stato per Andrea e per me, capace, in una gioiosa umiltà, di stendere la mano, di perdonare e chiedere perdono:

“Sperdutezza” è parola di Giovanni Testori coniata per descrivere quegli attimi in cui l’uomo lascia fare ad un Altro la sua vita. Come un bambino che riposa in braccio sua madre, l’abbandonarsi ad un’altra forza che compie e realizza quello che l’uomo desidera (Paolo Mattei).

La vita finisce dove comincia”, ha scritto Pasolini. È una speranza. La vita comincia quando vi irrompe una novità bella e felice, una cosa imprevedibile e inaspettata. Allora la vita comincia nuova e tutto quello che c’era prima diventa subito irrimediabilmente vecchio, passato, nostalgia. Finisce. Ecco perché la vita finisce dove comincia. È un augurio che la vita cominci. Che accada un inizio (Patrizio Barbaro)

4) Proiezione del racconto filmato di Patrizio Barbaro La Roma di Pasolini, prodotto dalla RAI.

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