{"id":1547,"date":"2012-08-22T12:35:41","date_gmt":"2012-08-22T12:35:41","guid":{"rendered":"http:\/\/incipit.associazionetestori.it\/?p=1547"},"modified":"2012-08-22T12:40:34","modified_gmt":"2012-08-22T12:40:34","slug":"un-sasso-ad-indicare-la-vanita-di-tutto","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/incipit.casatestori.it\/?p=1547","title":{"rendered":"Un sasso e la luce che non consuma"},"content":{"rendered":"<p>&#8220;Nel cuore della pietra brucia la luce che non consuma&#8221;.<\/p>\n<p><a href=\"http:\/\/incipit.associazionetestori.it\/wp-content\/uploads\/2012\/08\/giuseppe_ungaretti-vecchio.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-medium wp-image-1548\" title=\"giuseppe_ungaretti vecchio\" src=\"http:\/\/incipit.associazionetestori.it\/wp-content\/uploads\/2012\/08\/giuseppe_ungaretti-vecchio-300x235.jpg\" alt=\"\" width=\"300\" height=\"235\" srcset=\"https:\/\/incipit.casatestori.it\/wp-content\/uploads\/2012\/08\/giuseppe_ungaretti-vecchio-300x235.jpg 300w, https:\/\/incipit.casatestori.it\/wp-content\/uploads\/2012\/08\/giuseppe_ungaretti-vecchio.jpg 354w\" sizes=\"auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a><\/p>\n<p>Quattro anni dopo aver composto gli <em>Inni cristiani<\/em>, con la celebre <em>Piet\u00e0<\/em>, in piena meditazione su Roma, Michelangelo e il Barocco, Ungaretti visita le rovine di Paestum e degli altri siti archeologici della Campania, avendo presente ancora queste immagini: lo precisa in una affermazione contenuta nelle note al <em>Recitativo di Palinuro<\/em> della <em>Terra Promessa<\/em>, come ricorda Giuseppe De Marco, (<em>Le icone della lontananza. Carte d\u2019esilio e viaggi di carta<\/em>, in particolare <em>Viaggio nel mezzogiorno di Ungaretti<\/em>, Roma, Salerno, 2008) fine interprete di questi reportage ungarettiani che si \u00abconfigurano come abile amalgama di prosa d\u2019arte ad elevato contenuto di creazione metaforica\u00bb. Scriveva in quella nota Ungaretti, ora raccolta nella mondadoriana <em>Vita d\u2019un uomo, Tutte le poesie<\/em>: \u00abLa sesta sestina e la terzina di chiusa narrano disperatamente il trasformarsi di Palinuro nell\u2019immortalit\u00e0 ironica d\u2019un sasso. Come nel mio vecchio inno <em>La Piet\u00e0<\/em> la chiusa ci indica un sasso, ad indicare la vanit\u00e0 di tutto, sforzi, allettamenti: di tutto che dipende dalla misera terrena vicenda dell\u2019uomo\u00bb. Sasso, nel senso ossimorico di durata, pesantezza, sensazione di scorrimento rispetto ad una materialit\u00e0 o ad un\u2019indifferenza cosmica, ad un dolore. Anche per questo, Ungaretti ammira e si commuove davanti alla testimonianza delle vita umana del passato, scorgendone tracce autentiche nelle \u201cpietre\u201d del passato.<\/p>\n<p>Struggente in questo senso, nella serie degli articoli dedicati al Mezzogiorno, per la  \u201cGazzetta del popolo\u201d, dal 12 aprile del 1932 al 19 luglio dello stesso anno, poi rifluiti in <em>Il deserto e dopo<\/em>, il reportage su Pompei, dal titolo <em>In sogno e dal vero<\/em>, con versi poetici contaminati nella prosa d\u2019arte, Ungaretti descrive \u00abun momento antico per il quale il tempo incomincia appena ora a trascorrere\u00bb, quasi sotto l\u2019insegna di un negozio: \u00abSono di l\u00e0, torno subito\u00bb. Da quei luoghi, fermi in una eternit\u00e0 di giovinezza, Ungaretti scrive di comprendere il fascino romantico per le rovine, in poeti e scrittori turbati dalla necessit\u00e0 di ringiovanire le societ\u00e0 umane. Amavano non le rovine appena scavate, ma quelle sedimentate dal tempo, dove la natura selvaggia vi mischiava il suo impero: la bellezza di un luogo antico non \u00e8 nelle mutilazioni (pur poetiche) ma \u00e8 dovuto a quel restauro che la natura su di esse eseguisce. I termini del vuoto e del pieno, rifluiranno, nella prima prosa della serie, nella epifania di Elea (vedi post precedente su Lido Paradiso), la mitica patria cercata da Senofane di Colofone e da Parmenide, che vi cercavano, viaggiatori della conoscenza, l\u2019essere e non pi\u00f9 le apparenze, trovandoci, probabilmente solo una sublime illusione. La meraviglia di fronte alle rovine viene espressa nei termini pi\u00f9 elementari.<\/p>\n<blockquote><p>E\u2019 dunque questa, Elea, citt\u00e0 fondata dai fuggiaschi, \u00e8 dunque questa, Velia, verso cui Cicerone fuggiva quando fu ucciso? Un colle e, su, un castello come una gran carcassa di gallo tra due torri \u2013 e null\u2019altro? [\u2026] questa \u00e8 Elea, oh, citt\u00e0 assente! O tu Senofane rapsodo, che qui approdavi dalla Jonia invasa, della tua opera non restano frammenti pi\u00f9 vasti di queste schegge di terrecotte del primo e del quarto secolo che a piene mani posso raccattare salendo?<\/p><\/blockquote>\n<p>A questo bruciante quesito, cos\u00ec largamente condivisibile anche per un turista qualunque, in qualunque dei nostri anni e dei nostri siti archeologici, il poeta sceglie di aggiungere due simboli: il sublime della leopardiana ginestra, l\u2019umile della rapa, vicina all\u2019umile e ripetitivo lavoro \u201cmeccanico\u201d del contadino:<\/p>\n<blockquote><p>Arrivato gi\u00f9, m\u2019accorgo che sul pend\u00eco ci sono in fiore anche le ginestre e gli asfodeli. Potevano mancare tra le rovine? E laggi\u00f9, c\u2019\u00e8 in fiore una tavola di rape, gialla come le ginestre: ma festosissima.<\/p><\/blockquote>\n<p>Non scordiamoci un\u2019altra valenza della pietra, citata di scorcio nel reportage da Palinuro: il compagno di Enea ha forse guardato in faccia la Medusa, trasformandosi in minerale e cadendo irrimediabilmente nelle acque? Il mito ci parlerebbe di rovine di pietra in cui si cristallizza l\u2019attenzione di uomini sfuggiti a quello sguardo, ma comunque ritrovatisi nella atrofia di un divenire incessante e implacabile.<\/p>\n<p>Giuseppe De Marco ha voluto intitolare il paragrafo dedicato alla \u00abrosa di Pesto\u00bb nella memoria ungarettiana, mettendo in rilievo uno dei sintagmi pi\u00f9 suggestivi della intensa creativit\u00e0 metaforica di questi reportage: \u00abnel cuore della pietra brucia la luce che non consuma\u00bb. Cos\u00ec di Paestum dove permane un \u00absogno di morte che dura fatica a sciogliersi\u00bb:<\/p>\n<blockquote><p>Ai lati c\u2019\u00e8 invece il senso tragico del deperire: colonne vuotate dai lunghi anni con i labirinti della carie; e hanno un aspetto di funghi rugginosi, e anche di mummie tolte dalle fasce. Ed allora girandogli intorno, l\u2019uomo raggiunge l\u2019ultimo limite dell\u2019idea del suo nulla<\/p><\/blockquote>\n<p>Appare naturale a Ungaretti che questa idea sacra del costruire si sia dilatata in terre dove la terra trema al cospetto del vulcano \u00abdove \u00e8 il cielo pi\u00f9 impassibile, dove la natura, non mai domabile, insegna all\u2019uomo, benefica nemica, come si lotta\u00bb. Per Paola Montefoschi, che ha curato il volume delle prose di viaggio sempre per i Meridiani Mondadori:<\/p>\n<blockquote><p>Ungaretti tocca toni biblici e disegna nelle pagine di questa sua prosa uno stemma: la celebre ed effimera rosa di Pesto, preda dell\u2019estate violenta, sullo sfondo delle secolari rovine, animate da un fuoco segreto e scampate dalla corrosione del tempo. Icona del \u201csenso tragico del deperire\u201d e dell\u2019instancabile ciclo di rinascita.<\/p><\/blockquote>\n<p>I versi citati appartengono al poema anonimo, da qualcuno attribuito a Virgilio, <em>Carmen de rosis nascentibus<\/em>, e rispondono ai due elementi acutamente sottolineati dalla Montefoschi. Il commento di Ungaretti riporta direttamente a liriche come <em>Danni con fantasia<\/em> e alla <em>Piet\u00e0<\/em>: le \u00abcose seducenti\u00bb passano e la misura, senza \u00abmisericordia\u00bb le fa apparire allo sguardo del turista, del poeta, del viaggiatore, transeunti e fragili, d\u2019una \u00abimpassibilit\u00e0 agghiacciante\u00bb: \u00abvenga dal numero o venga dal sogno, la bellezza pu\u00f2 non essere orrenda?\u00bb.<\/p>\n<hr size=\"1\" \/><a href=\"#_ftnref1\"><\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>&#8220;Nel cuore della pietra brucia la luce che non consuma&#8221;. 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