{"id":3844,"date":"2015-07-31T08:21:48","date_gmt":"2015-07-31T08:21:48","guid":{"rendered":"http:\/\/incipit.associazionetestori.it\/?p=3844"},"modified":"2015-07-29T08:25:54","modified_gmt":"2015-07-29T08:25:54","slug":"vassalli-lunico-estremismo-che-mi-e-rimasto-e-quello-della-poesia","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/incipit.casatestori.it\/?p=3844","title":{"rendered":"Vassalli: L&#8217;unico estremismo che mi \u00e8 rimasto \u00e8 quello della poesia"},"content":{"rendered":"<p>Ammesso che si possa parlare di grandezza  &#8211;  ha inizio dalla sua ombrosit\u00e0. \u00c8 un uomo cupo. Come se un&#8217;infelicit\u00e0 di fondo abbia prodotto una relazione con il mondo fatta di sospetto malmostoso e pessimismo. Pi\u00f9 che solo, \u00e8 un uomo solitario. Vive a Novara: appartato. Raramente esce dal suo guscio. E se lo fa \u00e8 nella strenua convinzione che, dopotutto, non ne valesse la pena. Perch\u00e9 muoversi? Dunque. La sua faccia di compassato roditore (somiglia a un castoro) svetta nell&#8217;oscurit\u00e0 dei suoi pensieri che elabora con paradossale vigore. Come da fermo. Come se una diga, che egli stesso ha costruito, impedisca, alle acque della mente, di travolgere tutto.<\/p>\n<p><a href=\"http:\/\/incipit.associazionetestori.it\/wp-content\/uploads\/2015\/07\/sebastiano-vassalli-675.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"http:\/\/incipit.associazionetestori.it\/wp-content\/uploads\/2015\/07\/sebastiano-vassalli-675-300x122.jpg\" alt=\"\" title=\"sebastiano-vassalli-675\" width=\"300\" height=\"122\" class=\"aligncenter size-medium wp-image-3845\" srcset=\"https:\/\/incipit.casatestori.it\/wp-content\/uploads\/2015\/07\/sebastiano-vassalli-675-300x122.jpg 300w, https:\/\/incipit.casatestori.it\/wp-content\/uploads\/2015\/07\/sebastiano-vassalli-675.jpg 675w\" sizes=\"auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a><\/p>\n<p>Non sar\u00e0 un caso che tra gli amori giovanili di Vassalli ci sia Dino Campana (il libretto usc\u00ec qualche tempo fa per Interlinea, una casa editrice che pubblica le sue cose pi\u00f9 personali). E insolito pu\u00f2 apparire lo scrittore che si paga il biglietto di andata e ritorno verso l&#8217;inferno. Ma sospetto che egli ci si trovi a suo agio. Cosa sono la mente e il corpo? Trascurabili inezie se non ci fosse la scrittura. E questa, sostiene Vassalli, lo fa volare. Oltre le angosce, oltre le ostilit\u00e0. Uomo paradossale. Vassalli. Mi affascina. Mi ipnotizza. Mi repelle.<\/p>\n<p>Cos&#8217;\u00e8 l&#8217;odio?<br \/>\n&#8220;Quale odio?&#8221;<\/p>\n<p>Faccia lei: letterario, umano.<br \/>\n&#8220;Bisogna che maturi, come il grano, per poterne parlare &#8220;.<\/p>\n<p>Lei odia, ha odiato?<br \/>\n&#8220;Ho odiato volentieri. Sono costituzionalmente incline all&#8217;odio. \u00c8 una raffinazione di sentimenti pi\u00f9 basici: gelosia, invidia, paura&#8221;.<\/p>\n<p>Dove \u00e8 nato tutto questo?<br \/>\n&#8220;Sono stato un ragazzo della guerra. Il corteo di nefandezze e violenze il brodo di coltura&#8221;.<\/p>\n<p>Genitori?<br \/>\n&#8220;Ah! Cancellati&#8221;.<\/p>\n<p>Cancellati?<br \/>\n&#8220;Non ci sono pi\u00f9. Non ci sono mai stati&#8221;.<\/p>\n<p>Nel senso?<br \/>\n&#8220;Sono il frutto di una gravidanza non voluta. Credo abbia fatto di tutto per espellermi. E io aggrappato alle viscere ho resistito. Odiava che nascessi. Sono nato. A dispetto di tutto&#8221;.<\/p>\n<p>In un certo senso orfano.<br \/>\n&#8220;Dopo la loro separazione mi abbandonarono ad alcuni parenti. Sono nato a Genova. Ho vissuto l&#8217;infanzia a Crevetto, oggi luogo considerato assai \u00e1 la page. Ieri un piccolo inferno. E poi sbattuto a Novara da certi prozii&#8221;.<\/p>\n<p>E i suoi?<br \/>\n&#8220;Dispersi. Il Merda si sar\u00e0 rifatto una vita. Non lo so. Idem mia madre. Che posso aggiungere? Genitori cos\u00ec meglio non averli&#8221;.<\/p>\n<p>Li ha pi\u00f9 rivisti?<br \/>\n&#8220;Mai pi\u00f9&#8221;.<\/p>\n<p>Non ha curiosit\u00e0 verso la loro vita?<br \/>\n&#8220;Nessuna. \u00c8 stata una coppia male assortita. Si lasciarono insultandosi ferocemente&#8221;.<\/p>\n<p>E lei in mezzo.<br \/>\n&#8220;Ero il problema, non la soluzione&#8221;.<\/p>\n<p>Chi l&#8217;ha allevata?<br \/>\n&#8220;Dei parenti. In cambio di qualche chilo di farina e un po&#8217; d&#8217;olio fui cresciuto. Diventai un novarese. Crescendo dissi loro: non vi preoccupate, in me non dovete vedere un adottato, ma un piccolo fondo pensione&#8221;.<\/p>\n<p>Novara \u00e8 stata tutta la sua vita.<br \/>\n&#8220;Beh s\u00ec. Le scuole, il liceo e poi via per un po&#8217; a Milano dove feci l&#8217;universit\u00e0&#8221;.<\/p>\n<p>Cosa ha studiato?<br \/>\n&#8220;Facolt\u00e0 di lettere. Laurea con Cesare Musatti, con una tesi tra arte e psicoanalisi. Ricordo il giorno della discussione &#8220;.<\/p>\n<p>Che accadde?<br \/>\n&#8220;Il controrelatore, Gillo Dorfles, voleva bocciarmi. La scena era surreale. Il grecista Raffaele Cantarella si era addormentato. Un altro professore aveva poggiato la sua dentiera sul tavolo. Musatti taceva e Dorfles infieriva&#8221;.<\/p>\n<p>Strano, in fondo Dorfles aveva avuto un trascorso come studioso di medicina e psichiatria.<br \/>\n&#8220;Era triestino, come Musatti. Sembrava un volpino assatanato. Ce l&#8217;aveva con me. Alla fine Musatti parl\u00f2. Disse: sono contrario alla bocciatura, per\u00f2 visto che insisti abbassiamogli il voto&#8221;.<\/p>\n<p>E lei come reag\u00ec?<br \/>\n&#8220;Non me ne fregava niente. All&#8217;universit\u00e0 c&#8217;ero andato per rimorchiare. Presi a insegnare guadagnando un po&#8217; di soldi e nel tempo che restava dipingevo&#8221;.<\/p>\n<p>Non scriveva?<br \/>\n&#8220;Non pensavo di fare lo scrittore. Entrai nel giro del Gruppo 63 da pittore. Edoardo Sanguineti present\u00f2, ricordo, dei miei lavori. Feci qualche mostra nelle gallerie milanesi e perfino a Venezia, al Cavallino, dove Peggy Guggenheim compr\u00f2 una mia piccola opera&#8221;.<\/p>\n<p>Che genere di pittura faceva?<br \/>\n&#8220;Oggi potrei dire che facevo della Pop Art senza la bench\u00e9 minima consapevolezza. Quando nel 1964 la Pop Art giunse alla Biennale di Venezia, capii che le mie cose non avevano respiro&#8221;.<\/p>\n<p>Cio\u00e8?<br \/>\n&#8220;La mia era la visione di un provinciale. Mi sentii improvvisamente inadeguato&#8221;.<\/p>\n<p>C&#8217;era pur sempre il Gruppo 63.<br \/>\n&#8220;Era composto da gente che si dava un gran daffare. Giovani rampanti collocati nelle universit\u00e0 e nelle case editrici. Diciamo che non erano dei campioni di modestia. E poi lasciamo perdere che non abbiamo prodotto grandi opere, ma non hanno prodotto nemmeno grandi teorie degne del nome. L&#8217;unica cosa di un certo rilievo di quegli anni, con qualche respiro teorico, fu Opera aperta di Umberto Eco&#8221;.<\/p>\n<p>Per il resto?<br \/>\n&#8220;Niente. Con la sensazione dopo un po&#8217; di essere stati presi in giro&#8221;.<\/p>\n<p>Chiamerebbe anche questo una forma di odio?<br \/>\n&#8220;Non lo so. Di solito ci si sente immuni da questo sentimento e attribuiamo l&#8217;odio agli altri. Mi viene in mente una persona che conobbi bene negli anni Settanta e che quando ero a Roma andavo spesso a trovare: Rodolfo Wilcock&#8221;.<\/p>\n<p>Lo scrittore argentino?<br \/>\n&#8220;Lui, che aveva scelto l&#8217;Italia. Una volta mi recai a casa sua. Viveva all&#8217;estremo della periferia. Con due cani. Uno vecchio e l&#8217;altro grassissimo. Presi le pulci e non fu cosa facile debellarle. Che le stavo dicendo?&#8221;.<\/p>\n<p>Wilcock e l&#8217;odio.<br \/>\n&#8220;Parlando una volta di sentimenti umani mi disse: l&#8217;amore e l&#8217;amicizia vanno e vengono; il solo sentimento durevole \u00e8 l&#8217;odio. Poi rimase un momento a pensare e aggiunse: se qualcuno ti odia non sei mai solo. Una frase memorabile. Mi fece intravedere una positivit\u00e0 dell&#8217;odio alla quale non avevo pensato&#8221;.<\/p>\n<p>Ma Wilcock chi odiava?<br \/>\n&#8220;Moravia e le persone che gli stavano intorno. Odiava il potere letterario romano&#8221;.<\/p>\n<p>Lei di Moravia che pensa?<br \/>\n&#8220;Nella cultura italiana ci sono state due cose insopportabili: prima della guerra gli ermetici e dopo la guerra Moravia. A parte Gli indifferenti non c&#8217;\u00e8 una sua opera che mi abbia convinto. Ricordo di averlo visto una sola volta. A Milano. Nel 1959. Ero matricola. L&#8217;universit\u00e0 aveva organizzato degli incontri con grandi scrittori. Vidi arrivare quest&#8217;uomo claudicante. Prese la parola e ho nitida l&#8217;impressione della noia che provai al discorso che fece e che ho dimenticato. Completamente diverso fu l&#8217;incontro successivo &#8220;.<\/p>\n<p>Con chi?<br \/>\n&#8220;Ezra Pound. Quando arriv\u00f2 c&#8217;erano, fuori della Statale, file di poliziotti. La gente inveiva per i suoi trascorsi fascisti. Gli americani lo avevano rinchiuso in manicomio. Non avevo pregiudizi. Chi lo present\u00f2 disse alcune cose di lui. Poi, rivolgendosi alla platea di studenti, chiese se qualcuno aveva delle domande da rivolgergli. Ce ne furono tre o quattro. Pound rest\u00f2 impassibile. Sembrava che niente lo interessasse. Tacque. Poi si alz\u00f2 un ragazzo e gli chiese di leggere il Cantos dell&#8217;usura. E fu impressionante&#8221;.<\/p>\n<p>Lo lesse in italiano?<br \/>\n&#8220;No, in inglese. Nessuno mi aveva mai trasmesso un&#8217;emozione cos\u00ec potente&#8221;.<\/p>\n<p>Cos&#8217;\u00e8 l&#8217;emozione in poesia e in letteratura?<br \/>\n&#8220;L&#8217;unico estremismo che mi \u00e8 rimasto \u00e8 quello della poesia. Tutto il resto mi pare una minestra tiepida. La poesia no. La poesia o d\u00e0 un&#8217;emozione oppure non esiste&#8221;.<\/p>\n<p>C&#8217;\u00e8 una definizione che la soddisfa?<br \/>\n&#8220;La poesia \u00e8 vita che rimane impigliata in una trama di parole. Vita che non appartiene pi\u00f9 a un corpo n\u00e9 a un tempo o a un&#8217;epoca. Non \u00e8 pi\u00f9 legata a nulla. O d\u00e0 questa emozione oppure \u00e8 un giocare con le parole che tutti possono scrivere&#8221;.<\/p>\n<p>E il romanzo?<br \/>\n&#8220;Non \u00e8 tenuto a comunicare grandi emozioni. Deve coinvolgere, deve entrare dentro, far pensare a certe cose e farne rivivere altre. Punto&#8221;.<\/p>\n<p>Lei passa per un raccontatore di storie. Molte delle quali nascono dal passato, come si ricava anche dal suo ultimo romanzo, Terre selvagge.<br \/>\n&#8220;Le grandi storie sono nel passato, o nel futuro. Il presente \u00e8 la vita del condominio. C&#8217;\u00e8 qualche spunto che diventer\u00e0 importante, ma noi non possiamo coglierlo o, nel momento in cui si manifesta, non ha bisogno dello scrittore. Ne parleranno la televisione, i giornali, Internet&#8221;.<\/p>\n<p>Ha mai avvertito un senso di frustrazione rispetto al suo lavoro?<br \/>\n&#8220;La sensazione di inadeguatezza c&#8217;\u00e8. Chi vuole fare lo scrittore deve passare attraverso questa esperienza. Nell&#8217;attuale orgia del pubblicare l&#8217;inadeguatezza \u00e8 sparita&#8221;.<\/p>\n<p>Con chi si \u00e8 trovato meglio, nel pubblicare intendo?<br \/>\n&#8220;Direi con nessuno. Non \u00e8 esatto. Un editore importante fu per me Giulio Einaudi&#8221;.<\/p>\n<p>Come fu il rapporto?<br \/>\n&#8220;Mi ignor\u00f2 fino alla pubblicazione de La notte della cometa . Per 16 anni non mi rivolse la parola. Le poche volte che lo incrociavo ci presentavano e in un&#8217;occasione rivolgendosi a un ospite disse: ecco il nostro traduttore. Non avevo mai tradotto nulla&#8221;.<\/p>\n<p>Era un autore Einaudi.<br \/>\n&#8220;S\u00ec, s\u00ec. Fu Italo Calvino a scoprirmi agli inizi degli anni Settanta con Tempo di massacro. Si innamor\u00f2 di quel lavoro. Mi scrisse da Parigi. Entusiasta. Ma non ci fu mai un feeling tra noi&#8221;.<\/p>\n<p>Eravate entrambi troppo chiusi?<br \/>\n&#8220;Calvino aveva bisogno di una persona diversa da me. Che infatti trov\u00f2 poco dopo in Daniele Del Giudice. Con me non funzion\u00f2&#8221;.<\/p>\n<p>Fu un&#8217;occasione mancata?<br \/>\n&#8220;Ma no. \u00c8 la vita. Ero cos\u00ec&#8221;.<\/p>\n<p>Cos\u00ec come?<br \/>\n&#8220;Scorbutico. E Calvino era un uomo non troppo gradevole. E poi, le dico la verit\u00e0: dopo La giornata di uno scrutatore , non mi interessava pi\u00f9. Il grande scrittore che aveva iniziato con I sentieri dei nidi di ragno si era dissolto. Ovviamente parlo dei miei umori&#8221;.<\/p>\n<p>Mentre con Einaudi fu diverso?<br \/>\n&#8220;Ci fu innamoramento. Non era pi\u00f9 l&#8217;editore. Dopo le batoste e il commissariamento era solo un consulente. Quando arriv\u00f2 la prima volta a Novara mi tocc\u00f2 pagargli anche il pranzo. Non aveva smesso i modi del gran signore che gira senza portafoglio! Poi litigammo di brutto e lui me la giur\u00f2&#8221;.<\/p>\n<p>Litigaste perch\u00e9?<br \/>\n&#8220;Cacci\u00f2 Alessandro Dalai e io dissi che quella congiura aveva portato la casa editrice, fino ad allora indipendente, nelle braccia della Mondadori. Venni &#8220;fucilato&#8221;. Quando l&#8217;anno successivo usc\u00ec il mio nuovo libro, Einaudi dichiar\u00f2 che era meglio non leggerlo. Era come Saturno: divorava i suoi figli. E sono convinto che fu lui il responsabile del suicidio di Pavese&#8221;.<\/p>\n<p>Con quali prove, mi scusi?<br \/>\n&#8220;Nessuna prova. Ma so che tre giorni prima della morte litigarono. Con Einaudi ci riappacificammo. Mi telefon\u00f2 il capodanno del 1999. La mia prima moglie era in ospedale. Sarebbe morta di cancro. La mattina avevo 39 di febbre. Suon\u00f2 il telefono e sentii quella vocetta nasale inconfondibile. Erano due anni che non ci parlavamo. Ti dispiace che ti ho telefonato? Domand\u00f2. Non sapevo se ridere o piangere. Mor\u00ec ad aprile. Ecco, posso dire che con lui ho avuto un rapporto vero che non ebbi n\u00e9 con Calvino n\u00e9 con altri&#8221;.<\/p>\n<p>E sua moglie?<br \/>\n&#8220;Mor\u00ec nel maggio del 2000. Dopo 32 anni di matrimonio. I primi venti, tutto sommato, felici. Poi una catastrofe progressiva. La depressione, gli squilibri mentali, resero tutto pi\u00f9 difficile. Si invagh\u00ec perfino di una vicina di casa. Presa dai sensi di colpa, rovesci\u00f2 la situazione, accusandomi di tradirla. Un inferno. Solo dopo che scopr\u00ec di essere ammalata di tumore le cose si attenuarono. Ci parlammo normalmente. Giunse l&#8217;agonia. Dur\u00f2 tre giorni. Durante i quali invoc\u00f2 la sola persona cui aveva voluto bene&#8221;.<\/p>\n<p>Chi?<br \/>\n&#8220;Non ero io. N\u00e9 la vicina, n\u00e9 sua madre. Invoc\u00f2 suo padre &#8220;.<\/p>\n<p>\u00c8 sempre cos\u00ec drammatico?<br \/>\n&#8220;La vita lo \u00e8. E la mia poteva anche andare peggio. Potevo uccidere o finire in manicomio. Per questo ho spesso cercato di vivere oltre le mie storie personali. Cercare altre storie. Altre epoche. Mi sono reso conto che pezzo a pezzo i miei romanzi hanno raccontato l&#8217;Italia&#8221;.<\/p>\n<p>E che idea si \u00e8 fatta di questo paese?<br \/>\n&#8220;\u00c8 un paese al quale non riesco a voler male. Dove \u00e8 difficile vivere e fare lo scrittore. Ma qui non si rester\u00e0 mai a corto di storie &#8221;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Ammesso che si possa parlare di grandezza &#8211; ha inizio dalla sua ombrosit\u00e0. \u00c8 un uomo cupo. Come se un&#8217;infelicit\u00e0 di fondo abbia prodotto una relazione con il mondo fatta di sospetto malmostoso e pessimismo. Pi\u00f9 che solo, \u00e8 un uomo solitario. Vive a Novara: appartato. Raramente esce dal suo guscio. 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